Chi erano Paolo e Francesca

Amor ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte,che, come vedi, ancor non m’abbandona”.

Sono tra i versi più celebri dell’intera Divina Commedia, secondi forse solo al celebre incipit “nel mezzo del cammin di nostra vita…”. Ma chi, e perché, pronuncia i versi? Cosa voleva esprimere? Quali significati cela una frase tanto criptica e reclamante?

Sono i versi 103 – 105 del Canto V dell’Inferno, pronunciati con dolore e fermezza da Francesca da Rimini in riferimento al proprio amato, Paolo Malatesta, fratello del proprio sposo Gianciotto.

I da Polenta di Ravenna e i Malatesta di Rimini erano le due casate più potenti della Romagna, per anni in lotta tra loro e che, dopo sanguinose battaglie, decisero di unire le corti attraverso un matrimonio tra i figli. La giovane Francesca dovette così convolare a nozze con Gianciotto, uomo rude e dall’aspetto rozzo. Da qui si interrompe la narrazione storica e inizia quella letteraria. Paolo e Francesca, due anime costrette a chinare il capo alle esigenze di reame e ingabbiati in matrimoni privi di amore, vengono trascinati in un turbinio di passione, sedotti dalla lettura della storia di Lancillotto e Ginevra, due che, prima di loro, avevano macchiato le proprie anime con lo stesso crimine d’amore. “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”, recitano i due, decantando senza alcun accenno di pentimento la loro straziante storia. I due amanti venero quindi scoperti e uccisi proprio da Gianciotto, doppiamente tradito da moglie e fratello e incapace di perdonare un simile affronto. Dante, udendo una storia tanto intensa e lacerante, cade a terra privo di sensi, stretto in una morsa empatica da cui, con estremo sforzo, riesce a svincolarsi e a passare oltre.